Tra le nuvole

Nel seno al Paese nativo / c’era un Vallone perduto / che rinserrava tetro e sconosciuto… / Ora bianca una strada s’avanza / e contende gli abissi all’astore. / L’ha segnata un antico dolore / L’ha scolpita una nuova speranza.

(Piero Raina)

Non ho ancora capito esattamente quello che mi ha portato il cambio di stagione, il passaggio per me sempre surreale tra l’estate e l’autunno. L’arrivo, seppur tardivo, dell’aria pungente, il vento del Nord che torna a farla da padrone nelle notti sempre più lunghe, e la stagione che amo così tanto che mi scorre via dalle mani senza che riesca ad assaporarla appieno. Tra un attimo sarà inverno inoltrato, e cosa mi sarà rimasto dell’autunno? Mi sembrerà, come ogni anno, di non averlo quasi vissuto?

Magari quest’anno sarà diverso.

A settembre ho scoperto il vallone di Elva. Diego mi va ripetendo da anni che secondo lui mi sarebbe piaciuto moltissimo, e aveva ragione. Se il primo incontro mi ha lasciata perplessa, il secondo ha sconvolto i miei sentimenti. Ho aspettato tanto prima di scriverne, cercando di riordinare i pensieri, ma non credo che l’ordine sia adatto alla passione travolgente che ho provato in quei momenti.

Le nebbie irrequiete che accarezzavano i larici e le pareti degli immensi pendii, i boschi di conifere umidi e scuri, i sentieri che sembrano finire all’improvviso negli orridi mentre invece a guardare bene li aggirano con svolte inaspettate… tante emozioni mi hanno riempito il cuore, mentre respiravo a pieni polmoni un’aria per me nuova.

Di ritorno dalla nostra passeggiata abbiamo avuto la fortuna di rimanere soli in un punto particolarmente panoramico; il sole era già basso e le nebbie si erano trasformate in nubi cariche di leggera pioggia autunnale. Non riuscivo a smettere di ammirare i giochi dei vapori, e le vette intorno a noi non mi erano mai sembrate così belle; mi sono seduta sullo sperone di roccia che domina quel punto di valle, e mi sono persa. Pareva quasi di volare, lo sguardo spaziava, il cuore sognava… solo le prime gocce di pioggia sono riuscite a scuotermi da quello stato di semi-ipnosi. Mi sono alzata, e dando le spalle a quell’orrido ho sentito distintamente tutto il cambiamento di quest’ultimo anno.

Forse ci voleva un posto nuovo per farmi capire quanto sia stato netto, quel cambiamento. Forse ci voleva un posto magico.

Come ho potuto ignorarti fino ad ora, Elva? Terra di incanti, terra di promesse, ti chiedo – saprò mantenere le mie?

Per farti coraggiosa ascolteremo le notte il turbinare del vento e della neve….

(Piero Raina)

Nota per i curiosi: uno dei luoghi che mi hanno colpita di più è una meta molto famosa e livello locale, ma per mia fortuna non sono snob in questo senso: l’importante è che un posto sappia parlare alla mia anima.

La Fremo Cuncunà (forse sarebbe più corretto Councounà?), “La Donna Accovacciata”, è una formazione rocciosa che caratterizza il vallone di Elva, in Valle Maira, e la cui forma ricorda appunto quella di una donna accovacciata. La si può apprezzare nella sua interezza dal versante della cosiddetta Via Vallone, al momento di nuovo  inaccessibile al traffico motorizzato. La Fremo è divenuta celebre soprattutto grazie al suo apice, una grande pietra piatta che costituisce una sorta di trampolino su un profondo orrido, con vista mozzafiato su tre 3000 della Valle Maira (Monte Chersogno, 3026 m; Rocca La Marchisa, 3072 m; Pelvo d’Elva, 3064 m; tra Marchisa e Pelvo si notano anche la Rocca Gialeo, 2983 m, e il Monte Camoscere, 2926 m) . A quanto pare negli ultimi anni questa roccia sospesa nel vuoto è diventata molto popolare. Si tratta di un posto veramente suggestivo, soprattutto se si ha l’occasione di potervi rimanere qualche momento da soli – difficile proprio perché piuttosto in voga, ma nelle ore giuste ci si può riuscire senza problemi, come dimostra la nostra esperienza. Consiglio a chiunque ne abbia la possibilità di farvi visita, con le dovute cautele, come giustamente consigliato nell’articolo linkato prima.

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